Nella splendida atmosfera dell’atrio del duomo, si è svolto un incontro con Antonio Mattone, autore di Il casalese di Dio (EDB), e Mons. Andrea Bellandi, Arcivescovo di Salerno, condotto da Rosario Pellegrino. Il libro parla della vita e delle vicende di Don Peppino Diana, sacerdote che si è impegnato nella lotta contro la camorra tanto da essere definito “prete anti-camorra” anche se, questa etichetta, non lo ha mai rappresentato a pieno perché, come viene ripetuto spesso durante l’incontro, la figura del sacerdote è più riconducibile ad un “cristiano autentico” a tutto tondo. La sua missione non era andare contro la camorra bensì servire chi era bisognoso. L’autore analizza la formazione del sacerdote fin dal principio iniziando sotto la guida dei Gesuiti a Posillipo da cui poi ne è scaturito uno sguardo aperto verso gli altri. Mons. Bellandi ha poi presentato la figura di Don Peppino come “profondamente immerso nella realtà” sempre a stretto contatto con la comunità in cui operava. Non ha mai voltato la faccia, nemmeno dinanzi a dei suoi vecchi amici, ormai affiliati alla camorra, con cui andava a mangiare insieme e, allo stesso tempo, cercava di convertirli e convincerli ad abbandonare un mondo dettato dalla malavita. Rosario Pellegrino ha, poi, chiesto al Mons. Bellandi quanto la comunione sacerdotale sia stata d’aiuto a Don Peppe a non sentirsi solo e l’arcivescovo ha risposto dicendo che il sacerdote non è un “eroe solitario”, così come i fedeli, perché stando insieme si sviluppa forza e coesione per affrontare le sfide che la vita ci pone davanti, in questo caso per Don Peppe la lotta contro l’illegalità. L’incontro è poi continuato con la ricostruzione, da parte dell’autore, dei depistaggi di tutta la vicenda. Il primo riguarda una presunta relazione con una donna, subito scartata, e poi, il processo di primo di primo grado afferma che, secondo il pentito Quadrano, aveva nascosto un borsone di armi ai casalesi, e quando morì Enzo De Falco, Don Peppe lo restituì alla fazione sbagliata. Mattone smonta anche un’altra ipotesi, secondo la quale, il parroco sarebbe stato ucciso dal clan perdente solo per fare un omicidio eclatante e infastidire il clan rivale. A tutto ciò vanno ad aggiungersi tutti gli episodi di omertà da parte di chi potrebbe aver visto l’assassino e chi sa. L’incontro si conclude con un concetto spiegato dall’Arcivescovo, secondo cui, la morte di Don Peppino Diana non è stata vana bensì si è creato un nuovo terreno da cui sono germogliati nuovi frutti.
Claudio Santoro Liceo Tasso Salerno