«Chi non legge, a settant’anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto cinquemila anni.» (Umberto Eco)
Ottant’anni di storie, libri e voci sembravano risuonare proprio da queste parole mentre, durante la quinta serata del Salerno Letteratura Festival, l’atrio del Duomo si trasformava in un piccolo tempio della letteratura italiana. Una notte sospesa, in cui il tempo della lettura – quello che Eco descrive come moltiplicazione delle vite – si intrecciava con il tempo della memoria del Premio Strega, anch’esso giunto al suo ottantesimo anno di vita.
A dialogare con in pubblico, guidati dalla conduzione di Francesca Salemme, quattro dei sei finalisti dell’ottantesima edizione del Premio Strega: Teresa Ciabatti, autrice di Donnaregina (Mondadori), Michele Mari, autore de I convitati di pietra (Einaudi), Elena Rui, autrice de Le vedove di Camus (L’orma) e Matteo Nucci, autore di Platone: una storia d’amore (Feltrinelli).
Assenti gli altri due autori della sestina finalista: Bianca Pitzorno, autrice de La Sonnambula (Bompiani) e Alcide Pierantozzi, autore de Lo Sbilico (Einaudi)
La serata ha ripercorso la storia del Premio Strega, che – come la Repubblica – celebra quest’anno i suoi ottant’anni. Nato nel febbraio del 1947 per iniziativa di Maria Bellonci e Guido Alberti, il premio fu pensato per rilanciare la cultura italiana nel secondo dopoguerra e porta il nome del celebre liquore Strega, prodotto proprio dalla famiglia Bellonci.
Negli anni alcuni tra i più grandi autori italiani hanno ricevuto il prezioso riconoscimento, come Umberto Eco con Il nome della rosa, Giuseppe Tomasi di Lampedusa con Il Gattopardo o Elsa Morante con L’isola di Arturo.
Per celebrare l’anniversario, gli autori sono stati invitati a commentare la pagina 80 dei loro libri, un espediente che ha rivelato snodi narrativi e tensioni sotterranee.
In Teresa Ciabatti, la pagina 80 riflette sull’accettazione della fine; in Michele Mari, coincide con l’istante in cui “l’ingranaggio della riffa” si incrina; per Elena Rui, è la pagina in cui nelle quattro vedove affiorano le prime crepe emotive; in Matteo Nucci, infine, la pagina 80 illumina il cuore della sua riflessione su Platone.
La serata si è chiusa con un lungo applauso, come se il pubblico avesse percepito di aver partecipato non solo a una presentazione, ma a una festa della letteratura, una celebrazione viva di ciò che il premio rappresenta dal 1947, un omaggio alla forza dei libri di attraversare il tempo, di raccontare, di restituire complessità al nostro immaginario collettivo.
E mentre le voci si spegnevano nell’atrio del Duomo, sembravano risuonare le parole di Emily Dickinson:
«Per viaggiare lontano non c’è miglior nave di un libro.»
Francesca Lo Schiavo IV D
Anna Cozzi IV C
Liceo Tasso Salerno