Ci sono figure che sembrano nate non dalla storia, ma da un respiro più antico: presenze che affiorano come filamenti di luce e subito si dissolvono. Tra queste, San Francesco d’Assisi: un volto che cambia trasparenza con le epoche, una scintilla errante che nessuna immagine riesce davvero a trattenere, come se la sua verità abitasse sempre un passo oltre lo sguardo. Su questa soglia si colloca l’incontro della prima serata del Salerno Letteratura Festival, tenutosi al Museo Virtuale della Scuola Medica Salernitana, dove Antonio Musarra, autore de Il mondo secondo Francesco d’Assisi, dialoga con Anna Rotunno davanti a un pubblico attento, quasi sospeso: è come se la figura del Santo, cosi sfuggente e luminosa, venisse rimessa in movimento.

Della sua biografia rimane poco, e quei vuoti – afferma l’autore – non possono essere colmati: è da qui che nasce “un rigoroso pirronismo storiografico, che scardina l’immagine mediatica, ormai despiritualizzata, di un Francesco ecologista, pacifista, amante degli animali” . Per Musarra il Santo è un mistico, e la presentatrice sottolinea come l’autore segua l’immagine trasmessa dall’arte, nelle opere di Giotto e Caravaggio, non dalle agiografie, definite «fonti senza attendibilità storica». Ciò che conosciamo del Santo emerge dal Testamentum, che fornisce un vero compendio della sua visione, redatto nel 1226, quando Francesco è ormai malato, quasi cieco, reduce del viaggio presso il Sultano.

È qui che si parla della poenitentiam, cioè della conversione, e si definisce “simplex et idiota” (semplice e senza cultura), rivelando una santità che, come afferma lo stesso Musarra, è persino superiore a quella di San Martino: più radicale, più legata alla κένωσις paolina. La minorità, infatti, è il cuore della sua esperienza: non povertà come scelta etica, ma conseguenza dell’essersi posto alla sequela di Cristo, nell’abbassamento teologico che Paolo descrive nelle sue lettere. Dalle parole dell’autore emerge un Francesco lontano da ogni immagine addomesticata, un uomo che si svuota fino a farsi soglia, luce che passa. E nella morte, chiamata “sorella” , non c’è fine, ma un varco: il passo che precede la secunda morte, dove tutto si affida a ciò che resta autentico. Francesca Lo Schiavo IV D Carolina Esposito IV E