Nel saggio “Lo tsunami IA & IO” (Rubbettino Editore), Riccardo Manzotti e Simone Rossi ci scaraventano nel cuore di una rivoluzione tecnologica che oscilla costantemente tra utopia e distopia. Per capire se sia davvero possibile distinguere l’umano dalla macchina, gli autori ci invitano a sfatare i miti correnti partendo da un preciso dato storico: i modelli odierni si basano tutti sullo stesso algoritmo proposto nel 2017 da un gruppo di ricercatori di Google. All’epoca, quegli stessi progettisti non avevano compreso le potenzialità della loro creatura; non stavano cercando di replicare una mente artificiale, ma volevano semplicemente costruire un traduttore automatico.
L’IA, in fondo, è proprio questo: un traduttore universale. Poiché la traduzione è la chiave del linguaggio e il linguaggio è la forma stessa del mondo, tutto ciò che è conoscibile è stato assorbito da questa macchina. Estraendo miliardi di relazioni statistiche tra parole, frasi e testi, l’IA ricava migliaia di strutture cognitive, in modo analogo a quanto fa la nostra area corticale.
Ma allora, le macchine pensano? In realtà, le macchine non pensano perché non pensiamo nemmeno noi: nella realtà non abbiamo mai visto un pensiero, ci limitiamo ad attribuire alle parole una causa invisibile. La vera linea di demarcazione è l’esistenza. Come in una moderna rievocazione del Faust, nell’IA non c’è esperienza vitale, ma solo linguaggio: essa non percepisce colori, suoni o sapori, ne conosce solo i nomi attraverso i legami con altri termini. Richiamando Freud, si tratta di un puro agere (agire meccanico) e non di un intelligere (comprendere).
Fino a pochi anni fa, usavamo i motori di ricerca per trovare informazioni grezze, e serviva l’uomo per trasformarle in conoscenza. Oggi non è più così: la conoscenza è uscita dalle nostre teste ed è stata assimilata dalle macchine, perdendo valore in quanto puro dato nozionistico.
In questo scenario, quale spazio resta all’uomo? La risposta è nella poesia. Se la concepiamo come semplice esercizio linguistico, l’IA saprà sempre riprodurla magistralmente. Se invece la intendiamo come una “equazione esistenziale”, la prospettiva si ribalta. La vera poesia non è solo uno strumento per dare voce alla propria interiorità, ma è una finestra aperta su ciò che il linguaggio e i numeri non possono raggiungere: un mezzo evocativo spalancato verso un orizzonte esteriore e infinito, strutturalmente inaccessibile a qualsiasi algoritmo.
Priscilla D’Agostino, IV D – Liceo T. Tasso