«Γνῶθι σεαυτόν»: conosci te stesso.

È questo imperativo, che sembra emergere come un monito dal fondo della tradizione greca, a fare da sfondo alla riflessione di Riccardo Maisano nell’incontro Tradurre l’Odissea, guidato da Anna Rotunno. Al centro del dialogo il rapporto tra testo, traduzione e interpretazione: un viaggio nella lingua greca, capace di rivelare come ogni parola antica custodisca non solo un significato, ma una storia, una visione del mondo. L’incontro si è aperto con uno dei più antichi esempi di scrittura greca conosciuti: l’iscrizione della coppa di Nestore, un piccolo oggetto divenuto simbolo della nascita della parola scritta. L’iscrizione recita:

“Io sono la coppa di Nestore, buona per bere; chiunque berrà da questa coppa subito lo prenderà il desiderio della bella Afrodite.”

La parola scritta non è soltanto comunicazione, ma promessa di eternità. Nel mondo greco la forma del testo aveva un valore profondamente simbolico. L’esametro, il verso della grande poesia epica, non era soltanto una struttura metrica: per i Greci aveva quasi una dimensione sacra. La parola poetica nasceva come qualcosa di ordinato e perfetto, capace di mettere in relazione il mondo umano con quello superiore.

Dunque Maisano ha evocato la responsabilità del traduttore, chiamato a misurarsi con una tradizione secolare senza sovrastarla. Da Quasimodo a Romagnoli, molti hanno dato all’Odissea una voce che era anche la loro; “oggi la sfida è mettere in ombra il traduttore, restituire la limpidezza originaria del dettato omerico, liberarlo da retoriche auliche che ne hanno velato la forza narrativa.”

I primi traducevano in ottave, imponendo una gabbia estranea al ritmo epico; la nuova versione segue invece il passo del narratore, lasciando affiorare la cadenza dattilica. Da qui prende forma la sua lettura del poema: un viaggio che non è solo erranza, ma discesa nella propria ombra, confronto con il mondo, con gli altri e con la morte. E al centro, come ferita luminosa, la nostalgia — da νόστος, ritorno, e ἄλγος, dolore — che accompagna Odisseo come un destino. L’Odissea diventa un racconto di formazione costruito attraverso il dolore, la perdita e la sofferenza. Odisseo non torna semplicemente a Itaca: torna cambiato. Il suo è un viaggio senza fine, perché la scoperta di sé non si conclude mai.

Da filologo, Maisano ha illuminato parole che sono pietre fondative: πολύτροπος, l’uomo dalle molte esperienze e dai mille espedienti; μῆτις, l’astuzia o l’inganno; μῦθος, il racconto, che conserva un fondo arcaico e minaccioso. L’aedo non “parla”: μυθολογεῖ, riferisce un racconto che nasce da una zona visionaria, quasi onirica. Odisseo diventa a sua volta aedo di se stesso: racconta la propria storia, ricostruisce il proprio percorso e alla fine definisce la sua stessa narrazione. Il suo viaggio diventa così non solo un ritorno a casa, ma un viaggio dentro la propria identità.

Il centro geometrico dell’Odissea è il canto XI, la discesa nell’Ade: Anticlea, madre di Odisseo, lo invita a cercare la luce ma a non dimenticare nulla, perché possa raccontarlo. È il gesto etico del poema: la memoria come fondamento del riscatto. Qui Maisano ha richiamato Carlo Levi e il suo monito “le parole sono pietre” ricordando che ogni scelta linguistica porta con sé il peso di una civiltà. La nuova traduzione restituisce al lettore la vibrazione epica e onirica del poema, esortandolo a riconoscere, nel viaggio di Odisseo, un cammino che riguarda ogni uomo. Odisseo siamo noi ogni volta che attraversiamo l’incertezza, perdiamo una strada e cerchiamo di ritrovare noi stessi.

La parola antica continua così il suo viaggio in eterno, costantemente in dialogo con il presente.

Sara D’Urso IV H, Francesca Lo Schiavo IV D, Liceo Tasso