Quali sono le parole che rappresentano i pilastri della nostra civiltà?

Venanzio Postiglione, vicedirettore del Corriere della Sera, lo ha raccontato nel suo libro“Le dieci parole tradite”. Dieci storie che ripercorrono l’origine e la successiva trasformazione di parole che appartengono al lessico fondamentale della nostra civiltà. Eppure oggi sembrano essere stravolte, cambiate e spesso irriconoscibili.

La riflessione è partita da una domanda tanto semplice quanto disarmante: dove sono finite le parole che hanno costruito il nostro mondo?

La verità è una delle più interessanti. Un fatto è un fatto. Un’opinione è un’opinione. Sembrerebbe una distinzione elementare, ma nel dibattito contemporaneo appare sempre più sfumata. La linea di demarcazione tra vero e falso diventa sempre più sottile e per assurdo la frase “io credo quel che vedo” si è capovolta diventando,“io vedo quel che credo”:  non è più l’opinione che nasce dal fatto ma il fatto che nasce dall’opinione.

Venanzio Postiglione ci mette di fronte a un problema di grandissima rilevanza: l’autenticazione della realtà, delle immagini. È tanto più difficile autenticare un’immagine quanto più questa immagine è capace di imitare la realtà.

L’antico mito della caverna di Platone è una metafora estremamente attuale. Oggi la caverna non è fatta di pietra ma di schermi e algoritmi. Una vera e propria caverna digitale.

Libertà è un’altra parola fondamentale, ma che cos’è la libertà? Esiste davvero o è solo una delle più grandi invenzioni dell’umanità? Di certo la libertà deve essere associata al rispetto, al senso del limite. La libertà di ognuno finisce dove inizia quella dell’altro.

Cos’è, invece, la felicità? L’ idea greca di eudaimonia associava la felicità alla scoperta del proprio daimon, della propria vocazione profonda. Essere felici significava realizzare ciò che si è veramente. Non accumulare ricchezza o ottenere successo, ma sviluppare il proprio potenziale.

Dal punto di vista etimologico, la parola greca oikos, da cui derivano sia economia sia ecologia, ricorda che la Terra è la casa comune dell’umanità. E forse il più grande asteroide che minaccia il futuro non arriva dallo spazio, ma potrebbe essere l’umanità stessa quando dimentica il limite. Gli antichi greci chiamavano hybris la presunzione di chi credeva di poter superare ogni confine. Oggi questa hybris si manifesta nell’idea che le risorse del pianeta possano essere sfruttate all’infinito, come se non esistessero conseguenze. Alla hybris si opponeva la metriotes, la misura, l’equilibrio che è rissunta nella massima: “Μηδὲν ἄγαv” ovvero “niente di troppo”.

L’incontro con Postiglione porta a riflettere. Forse il futuro dell’umanità dipende proprio dalla capacità di recuperare alcune parole fondamentali e di restituire loro un significato concreto perché il futuro è solo nelle nostre mani.

Sara D’Urso IV H, Liceo T.Tasso