Tra racconti di un mito intramontabile come quello di Salvatore Schillaci, conosciuto come Totò, e canzoni che ci fanno torniamo indietro agli anni ’80, nella suggestiva cornice del Museo Diocesano, si è svolto un incontro con Corrado De Rosa, autore di Totò Schillaci. Non ero previsto (66thand2nd), accompagnato dai musicisti Gianmarco Volpe e Giacomo Casaula.

La serata si apre con una lettura di alcune righe del libro e, subito dopo, Corrado inizia a raccontare la storia dell’attaccante siculo partendo sin dalla sua infanzia nel CEP a Palermo, un quartiere in cui mancavano le strade e i servizi essenziali. Qui la famiglia Schillaci, a causa del terremoto del Belice, si era attaccata abusivamente alla rete della luce e dell’acqua per sopravvivere alla Palermo di fine anni ’60. Schillaci giocava a pallone in mezzo alla strada tra Fiat 500 e spazzatura riuscendo ad imparare “quello che nessun istruttore e nessuna scuola calcio riesce ad insegnarti”. Corrado fa, poi, un parallelismo tra l’Italia degli anni ’80 e ’90: gli anni’80 sono iniziati, dice Corrado, con l’urlo liberatorio da parte di Tardelli in finale del Mondiale 1982, dal momento che, l’Italia aveva vissuto solo disgrazie all’inizio di questo decennio come il terremoto dell’Irpinia, gli anni di piombo, Ustica. Grazie a quel gol l’Italia è riuscita a respirare per la prima volta dopo molto tempo. Il mondiale 1990, giocatosi nel nostro paese, è la ciliegina sulla torta che fa mettere gli occhi su un paese rinato dagli orrori degli anni precedenti. L’esultanza con gli occhi sbarrati di Schillaci rappresenta, invece, ha ricordato all’Italia quella fame e quell’istinto selvaggio che era stato sepolto dalle mode dell’epoca. Poi Corrado continua il racconto parlando del passaggio di Schillaci alla Juventus, allora dominante in Italia non solo dal punto di vista calcistico ma anche industriale, della trattativa con la squadra giapponese Júbilo Iwata e della sua scelta di non tirare il rigore in semifinale del mondiale contro l’Argentina. Probabilmente quel rigore non è stato calciato perché Schillaci ha male all’adduttore ma, dice l’autore, che noi non sapremo mai la verità dietro questa storia ma delle volte forse è meglio così perché altrimenti la risposta trasformerebbe tutto in cronaca andando a frantumare la magia della letteratura ovvero la possibilità che ognuno ha di potersi immaginare il finale che vuole.

Claudio Santoro