Giada Trebeschi a confronto con Ester Cafarelli

Cosa significa scrivere un romanzo storico oggi? A questa domanda ha risposto la scrittrice e storica Giada Trebeschi, in un intenso dialogo con la professoressa Ester Cafarelli. Al centro del dibattito, il senso profondo di un genere letterario che, nato nell’Ottocento, continua a catturare i lettori di tutto il mondo. Il romanzo storico – ha spiegato Trebeschi – non svolge una fredda cronaca dei fatti: la Storia è la cornice, ma il racconto mette in scena l’umanità. Lo schermo storico funziona come il gioco delle ombre cinesi, poiché mette il lettore a una distanza più ampia, permettendogli di guardare meglio dentro di sé. Se l’Otello di Shakespeare emoziona ancora oggi, è perché la natura umana non cambia. Dalle origini al Paleolitico fino alla macchina a vapore, la politica e le dinamiche sociali sono rimaste, mutatis mutandis, simili: a evolversi sono stati solo i mezzi. Oggi molti autori non sono storici di formazione; per questo serve un’onestà intellettuale cristallina nel rispettare il “verosimile”. Si stringe un patto con chi legge: i personaggi inventati muovono la trama, ma quelli reali non possono compiere azioni storicamente false. Tutto deve essere plausibile, a partire dal linguaggio, infatti usare termini attuali nel passato distruggerebbe l’illusione. La Storia ci incatena a ciò che è stato, ma ci rende liberi di raccontare il presente attraverso il passato, perché  per sapere di cosa è capace l’uomo, dopotutto, basta guardare a ciò che ha già fatto. L’incontro ha poi toccato la condizione femminile e il potere. Trebeschi ha ricordato come l’abbigliamento dell’Ottocento fosse una prigione travestita da bellezza. Non è un caso che oggi il 75% dei lettori sia composto da donne, anime che cercano nei libri quell’immedesimazione e quella libertà che spesso la realtà ha precluso loro. I meccanismi di controllo e censura, visibili ancora oggi negli Stati Uniti, iniziano sempre dall’oppressione femminile per imporre gerarchie. Anche il riso e la commedia sono da sempre bersagli del potere, come dimostra la censura del celebre secondo libro della Poetica di Aristotele, andato perduto: il riso viene ostacolato perché esorcizza la paura della morte. Ma la conoscenza resta l’unica arma: la conoscenza è potere e serve prima di tutto a conoscere il proprio nemico. Infine, lo sguardo si è posato sulla lingua, custode della storia nei dialetti meridionali. Citando il concetto “Il cuore desto avrà parole”, la storica ha concluso riflettendo sul legame tra parola e pensiero. Nei miti, la parola e la curiosità vengono spesso donate o associate al femminile – si pensi ad Eva o a Pandora – perché la parola è un’astrazione: senza di essa, non si può pensare. Come dimostra l’intreccio di generi del suo libro Il vampiro di Venezia, il romanzo storico non è una fuga dalla realtà, ma lo strumento per capire chi siamo.

Gabriella Raimondi – Liceo Tasso Salerno