Il mondo sulle spalle – Giulio Napolitano racconta il padre Giorgio: l’uomo oltre il politico L’unica autobiografia che Giorgio Napolitano ha lasciato al pubblico è di carattere strettamente politico. Ma per Giulio, suo figlio, mancava qualcosa: mancava l’uomo, il padre, il quotidiano che si cela dietro alla figura istituzionale. Da questa esigenza nasce Il mondo sulle spalle, un libro costruito attorno alle lettere che Napolitano scrisse al figlio lungo l’arco di una vita, e che si trasforma in un racconto intimo e potente su cosa significhi crescere accanto a un padre che porta il peso della Repubblica. Nella tradizione politica in cui Giorgio Napolitano è cresciuto, il privato non si condivideva. “C’era una pudicizia del sentimento”, racconta Giulio, “una discrezione che però non significava assenza di passione o freddezza affettiva”. Anzi, nella vita familiare c’era semplicità, calore, e la costante lezione del senso del dovere. Un disegno fatto da Giulio da bambino – oggi incorniciato – lo raffigura mentre osserva il padre seduto alla scrivania. Lo definisce “inquietante”, per lo sguardo serio con cui ritrae la figura paterna, eppure in quelle linee c’è tutto: la percezione di una responsabilità che travalica il legame familiare, e che educa silenziosamente all’impegno civico. “Mio padre mi ha insegnato che il Parlamento è il cuore della Repubblica. Quel disegno mi ha ricordato che anche da figlio avevo il dovere di onorare tutto ciò”. Giorgio Napolitano, noto per la sua razionalità lucida e per l’emotività sempre trattenuta, non era uomo da gesti plateali o lunghe telefonate – che detestava. Eppure, telefonava agli operai napoletani con cui aveva condiviso battaglie e ideali. Ne ammirava la lucidità politica, la capacità di resistere alle provocazioni e cercare soluzioni concrete. “Nel PCI c’era una varietà umana ricchissima: intellettuali, operai, persone semplici. Mio padre ne amava la complessità, e credeva fortemente nel ruolo culturale della politica”. Fu il primo dirigente comunista italiano a recarsi in Israele, dove incontrò Shimon Peres, poco dopo gli accordi di Oslo. “Era convinto che si dovesse sempre cercare la strada per superare i vicoli ciechi della storia, costruire ponti, andare oltre la propria generazione per lasciare un’eredità più grande”. Il titolo del libro nasce da una delle lettere più significative, quella che Giorgio scrisse al figlio per il suo diciottesimo compleanno. Una lettera che simboleggia la trasmissione di un’eredità morale, e che ritorna potente in un’altra pagina del libro: una lettera che Giulio scrisse al padre, ritrovata nel suo studio dopo la morte. “In quelle righe gli dicevo ciò che non avevo mai detto. Quanto pesava quella figura, soprattutto nel momento in cui decise di dimettersi da Presidente. Ma anche quanta gratitudine provavo”. Il sabato della sua rielezione al Quirinale, Giorgio Napolitano percepì tutto il peso di ciò che gli veniva chiesto. Quel “mondo sulle spalle” – citazione che dà il titolo al libro – lo spinse ad accettare ancora una volta, con spirito di servizio, pur dichiarando che non avrebbe più vissuto il Quirinale come casa, ma come un dovere. Non avrebbe più varcato la soglia “orizzontalmente”, da uomo libero. Il mondo sulle spalle è più di una raccolta di lettere: è un ritratto tenero e complesso di un padre da parte di un figlio, ma è anche una riflessione profonda sull’equilibrio tra privato e pubblico, tra la storia familiare e quella di un’intera nazione.
Gabriella Raimondi III E
Liceo Tasso Salerno