“Il vero Big Bang è la nascita del linguaggio.” È da questa detonazione invisibile — non nel cosmo, ma nella mente umana — che Andrea Moro ha aperto il suo intervento al Salerno Letteratura Festival, trasformando la Chiesa dell’Addolorata in un osservatorio sul pensiero che unisce antichità, neuroscienze e intelligenza artificiale.
Nella terza giornata del festival, il linguista ha dialogato con la professoressa Ester Cafarelli, che ha guidato l’incontro con domande puntuali e un ritmo capace di rendere chiari anche i passaggi più tecnici della sua ricerca. Al centro, il volume Lucrezio e il pipistrello dagli occhi azzurri (La Nave di Teseo), in cui la domanda “Come sono fatte le cose?” diventa la chiave per comprendere la struttura del linguaggio, dai mattoncini atomici del De rerum natura alle lettere che compongono le lingue umane.
Moro ha chiarito uno dei punti più controversi della linguistica contemporanea: la funzione del linguaggio è sganciata dalla sua origine. Prima nasce l’organo, poi la funzione. È importante non scambiare la causa con l’effetto è l’effetto con la causa. In chiave aristotelica, non bisogna confondere la causa finale con la causa efficiente: il linguaggio può avere come funzione la comunicazione senza che questa sia la ragione della sua origine.
Il linguaggio non è stato “inventato” per comunicare, ma è emerso come effetto collaterale della coscienza e del coordinamento neuronale, in linea con le teorie di Chomsky. La comunicazione è arrivata dopo, come uso possibile, non come causa. Da qui la metafora del “pipistrello dagli occhi azzurri”: un gene che si accende o si spegne accomuna topi e pipistrelli, suggerendo che non esistono protolinguaggi ma un salto netto. “Per le macchine non esistono lingue impossibili, per noi sì”, ha osservato Moro, spiegando come il cervello umano riconosca immediatamente una grammatica innaturale.
Nella parte finale, il dialogo si è spostato sul rapporto tra ragione e paura. Moro ha citato Lucrezio — “Io vi ho regalato l’antidoto alla paura: ragionate” — ricordando però che il poeta colloca subito dopo la descrizione della più cupa pestilenza dell’antichità. Un contrasto che, secondo il professore, mostra quanto la ricerca di senso sia sempre stata intrecciata alla fragilità umana. Come il poeta latino cercava di liberare gli uomini dalla paura attraverso la conoscenza razionale della natura, così Moro mostra come lo studio del linguaggio possa diventare uno strumento per comprendere meglio noi stessi e il mondo. Lucrezio vive tra la morte di tutti gli dei e la nascita di Cristo, è un tempo inquieto, non molto diverso dal nostro. In mezzo a questo disorientamento Lucrezio affida alla filosofia il compito di illuminare il cammino degli uomini. La sua voce attraversa i secoli perché nasce dalla stessa esigenza che sentiamo ancora oggi: trovare un senso, un ordine quando tutto è inghiottito dal caos.
L’incontro ha lanciato un forte richiamo alla responsabilità intellettuale: comprendere il linguaggio significa comprendere il pensiero, soprattutto in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale amplifica possibilità e rischi. Non un messaggio rassicurante, ma un appello alla lucidità: conoscere limiti e potenzialità della mente umana è essenziale per non delegare alle macchine ciò che definisce la nostra specie. Il riferimento a Lucrezio diventa così un’esortazione concreta a guardare il mondo con occhi vigili, rimanendo desti senza lasciarsi dominare dai pericoli e dai timori della nostra realtà, un invito che ha trovato eco anche nel vivace confronto finale con il pubblico, a testimonianza di quanto il suo pensiero continui ancora oggi a interrogare le coscienze. Perché alcune domande non appartengono a un’epoca soltanto: attraversano il tempo e tornano a bussare alla porta di ogni generazione.
Francesca Lo Schiavo IV D, Sara D’Urso IV H Liceo Tasso