Sotto la volta gotica dell’Arco Catalano riemerge dal passato la figura di Cicerone, ancora giovane e alla ricerca della propria affermazione politica, che affronta una sfida decisiva: il processo contro Gaio Verre, governatore della Sicilia accusato dagli abitanti dell’isola di corruzione, furti sistematici e violenze. Questo non è un semplice processo, è quello che consentirà a Cicerone di dimostrare di essere un vero homo novus, un self-made man capace di arrivare ai vertici grazie al proprio talento, senza appartenere alle grandi famiglie aristocratiche.
È proprio questa vicenda che Stefano De Bellis ed Edgardo Fiorillo ricostruiscono nel loro romanzo L’accusa di Cicerone (Einaudi), presentato il quarto giorno di Salerno Letteratura in un incontro guidato dalla conduzione accurata e autorevole della professoressa Ester Cafarelli. Il romanzo – terzo tempo di una saga storica – segue giorno dopo giorno l’avanzare dell’inchiesta: la discesa in Sicilia, la raccolta di testimonianze e documenti, il ritorno a Roma con un dossier schiacciante che sembra inchiodare Verre alle proprie responsabilità. Eppure, nella Roma repubblicana nulla è mai davvero scontato: a difendere Verre c’è infatti Quinto Ortensio Ortalo, avvocato celeberrimo capace di dominare l’aula e influenzare la giuria attraverso abilità oratoria e prestigio politico. Lo scontro non è soltanto tra due uomini, ma tra due idee di potere: da una parte l’ambizione di Cicerone, dall’altra il sistema di protezioni e alleanze che circonda Verre. La narrazione introduce anche un elemento più oscuro: qualcuno, nella Res Publica romana, potrebbe voler eliminare Verre prima ancora che il processo inizi. Il romanzo assume così i toni di una spy story, tra complotti, minacce e vicoli pericolosi.
Cicerone, pur al centro della scena, non è mai un eroe invincibile: sente il peso della responsabilità, somatizza l’ansia, teme il fallimento. La sua fragilità lo rende più umano, più vicino, più vero. Come sottolineano gli autori, il processo contro Verre non fu soltanto un atto di giustizia, ma una straordinaria occasione politica: una prova generale che avrebbe potuto aprire a Cicerone la strada verso incarichi e successi futuri.
Il processo diventa così il punto di incontro tra storia reale – da cui il romanzo non si discosta mai – e una narrazione che illumina le zone d’ombra della Repubblica. È il momento in cui Cicerone mette alla prova se stesso, la sua visione politica e il suo coraggio. Tra le luci dell’aula e le ombre della Suburra, emerge un uomo che lotta per la verità sapendo che ogni passo può costargli tutto. Ed è proprio in questo equilibrio instabile, tra legalità e intrigo, che la sua figura continua a parlarci con sorprendente forza.
Francesca Lo Schiavo IV D – Sara D’Urso IV H, Liceo Tasso